Delhi è ai piedi dell’Himalaya e io pensavo, nell’ingenuità di chi immagina senza aver vissuto, lo si potesse vedere come linea dei monti nel cielo, come le Alpi da Venezia quando è sereno, o Torino.
E magari sarebbe anche così, se lo smog qui non si mangiasse tutto. Se Parigi sa di burro, Bologna di salumi, Amman di spezie, all’aeroporto di New Delhi il benvenuto te lo danno i tubi di scarico.

Europeo: appallottolo una cartaccia e la metto in tasca pensando al primo cestino la butto. Poi lo sguardo mi cade sul marciapiede e rido di me. Qui non c’è confine tra suolo e cestino, tra città e discarica. Una cartaccia è materiale di rivestimento dell’asfalto.
Non c’è confine nemmeno tra persona e miseria, tra mercato e carreggiata, tra culto e olio per frittura. Mai vista una società con meno separazione tra le cose.
E tutti che urlano.

Il cibo è forse la cosa che più permea il tempo. Tolti quei poveracci che fanno la fame nell’indifferenza, qui la gente mangia di continuo: il famoso sazio-tempo.
Ho partecipato a un tour gastronomico di Delhi ed è stato un lungo giro tra bancherelle sudicie, in mezzo a motorini e vacche stanche, clacson e moltitudini di persone in movimento. Non credo si possa chiedere molto di più tipo un tavolo e un cesso pulito.
La cucina qui è il riflesso della vita: economica, vagamente commestibile, un morso e via, aperta a qualsiasi ora, creativa nel suo saper tirare fuori il buono dal coriandolo, intensa in maniera quasi insopportabile ma da stare in guardia che le cose semplici, come l’acqua, possono essere pericolose.

Delhi non è terra di compromessi.