Questo paese, l’India, mi sta distruggendo.
Affatica ogni senso, (olfatto) dalla puzza di merda e smog che lo permea, (tatto) alle mani cosparse di gel mentre i piedi nudi calpestano fango e guano, (gusto) alle spezie a esasperare il palato fin dalla colazione, (udito) ai clacson clacson clacson, con la sola regola dello schivare tutto ciò che ti accade davanti, e (vista) la vista, la vista in ogni dove di qualcuno che fa cose a caso tipo guidare camion in contromano o cagare sul marciapiede, che comunque è di terra battuta, che comunque è coperto d’immondizia.
L’India è indescrivibile non perché manchino le parole, ma perché manca il tempo in una vita per poterlo fare esaustivamente.

Mi sto addentrando nell’India rurale dei piccoli paesi. C’è una strada grande, l’autostrada, lungo la quale succede un po’ di tutto, e di tanto in tanto piccoli gruppi di case, villaggi, con capre vacche cani bambini motorini gente che frigge gente che parla. E cumuli di plastica dove giocano i bambini.
Ho voglia di Europa, non lo nascondo. Di un bagno profumato e di un pasto senza la profilassi anti dissenteria.
Mi manca l’inverno e la sua capacità di chiudere le questioni aperte per prepararsi alla prossima fase.
Mi manca la complicità di uno scambio di sguardi che esplode nella risata fragorosa del quant’è ridicola questa situazione.

Sono arrivato a Pushkar, che è un piccolo villaggio sacro di stampo braminico: 100% vegetariano, no alcool, cammelli, santoni.
Tanti cammelli, li guardo con compassione.
Tanti santoni. Tuniche rosse e pelli scure, rugose, consumate. Barbe bianche. Li guardo con diffidenza.
Ci sono diversi occidentali qui, vestiti da santoni pure loro, dread e terzo occhio dipinto sulla fronte. Cliché.

Vado ad assistere al tramonto sul lago sacro. In una vasca di cemento nel lago vengono sparse le ceneri dei defunti. Piccoli pezzi di ossa galleggiano tra i petali gialli, l’acqua è torbida.
Sul bordo della vasca, in faccia al tramonto e alle decine di persone che vi assistono, una ragazza resta immobile nella posizione del loto. Un’occidentale ovviamente, protagonista del suo bisogno d’attenzione.
Tutt’intorno col buio nascono fuochi e canti braminici spontanei. Spontanei un cazzo: alcuni – stonatissimi – hanno casse e microfoni. Braminismo è agonia.
Oh come sarebbe tutto magnifico se solo credessi in qualcosa, anche una cosa semplice, anche una cosa qualsiasi.

Mi rifugio in un ristorante tibetano dove mi propongono della birra dal mercato nero. Accetto di buon grado e mi viene servita in lattina, arrotolata nella stagnola, come fosse eroina.
Il pasto è ottimo.

Rientro attraversando feste, balli, rituali, gente vestita con pessimo gusto, incensi, lampadine di vari colori, tamburi, fritture, barbieri aperti, vacche che ruminano l’immondizia, slalom tra la merda, non c’è pace in India, gente che dorme ovunque arrotolata in coperte luride, rivoli d’acqua lercia.
C’è un altare a Shiva dove Shiva è rappresentato nella sua forma originale: un cazzo eretto che esce da quelle che a me sembrano delle grandi labbra. E pensare che a me, scopare, è l’ultima delle mie voglie qui. E pensare che a me, scopare, fino alla settimana scorsa pensavo fosse un bisogno primario.

Gli scalini dell’hotel, un hotel di lusso per quanto il lusso di noi finti poveracci sia sempre un sottoprodotto di quello vero dei veri ricchi, gli scalini dicevo hanno alzate diverse l’uno dall’altro. Questo ti costringe a fare attenzione a ogni passo, noi che diamo per scontato quasi tutto nella vita.
Il cesso puzza di uova marce. Non c’è carta igienica, come in molti posti dell’India rurale, ma io me l’ero portata da Parigi. Mi fa ridere che un paese come la Francia possa insegnare a qualcuno come pulirsi il culo.

Vado a letto col cuore pesante.
Eppure non so come, per la prima volta in mesi, dormo come un bambino.