Il caffè la mattina mi dà la botta, una alla testa una alla pancia come le donne che ho amato di più.
Sono in India ormai da due settimane. È un paese monotono, che si assomiglia un po’ ovunque: l’occhio vi si abitua molto più in fretta dello stomaco.
Ci sono due tigri dentro di me, una solida e una liquida, che lottano giorno e notte per imporsi. Ridiamo, i miei compagni di viaggio e io, delle nostre tigri, metafora inevitabile in India.
Bengalore è la mia porta d’accesso al sud: piena di aziende tech e di ingegneri che scrivono codice a un decimo di quelli occidentali, per gli occidentali, è la Silicon Valley indiana.
Ciò non la salva dall’essere sporca e caotica, ma almeno tenta qualche accenno di modernità. Tipo i negozi con le insegne.
Mi hanno invitato a un party e chi sono io per dire di no.
Raggiungo un locale talmente cool che potrei essere a Parigi, a Milano o a New York se solo fossi capace, come gli indiani, di ignorare le bocche affamate che mi chiedono insistentemente una banconota prima che io varchi le porte.
Prendo da bere cocktail esotici.
L’alcool la sera mi dà la botta, una alla testa una al cuore, come le donne che mi hanno amato di più.
Ho nuovi amici indiani adesso, venticinquenni allegri, non hanno mai visto la neve e fanno domande strane tipo come mai in Europa potete bere l’acqua dal rubinetto?
Gli racconto che anche per la doccia usiamo l’acqua potabile. Spalancano gli occhi increduli.
Gli racconto che nei cessi dell’aeroporto di Orly, in uno slancio di propaganda ecologista, hanno scritto “acqua non potabile” sopra alle turche. Ridiamo di gusto.
Ridere insieme apre la via al sesso o al seguiamoci su Instagram. Ci seguiamo su Instagram.
Anch’io non risparmio le mie, di domande strane, soprattutto alle ragazze, che si sa sono più consapevoli dei maschi, degli ingegneri poi, così scopro che in India esiste la polizia morale per cui meglio non baciarsi troppo in pubblico, che la sera è bene non rientrare da sole perché in quei casi la polizia non c’è mai, e che la famiglia mette ancora il becco negli affetti dei figli. Tre cose orribili, ma per loro normali.
E che in Europa ci sono troppi borseggiatori, ma per noi è normale.
Come al solito finisco sbronzo, il locale mi chiude intorno e mi ritrovo ad attraversare Bengalore in taxi di notte.
La solita gente che dorme sui marciapiedi, la solita plastica ovunque, i soliti cani randagi solo che qui la luce delle vetrine li rischiara.
Mi chiedo a cosa serva tutta questa tecnologia. A trovare la strada di casa, per chi ce l’ha, e a farsi scrivere i temi senza studiare, per chi a scuola ci può andare.
Mi scolo una bottiglia d’acqua prima di andare a letto. In mano mi resta la plastica vuota. Ci somigliamo, forse è lei a tenermi in mano.
L’acqua la notte mi disseta, disseta la testa e la gola, come le donne che non hanno mai preteso nulla in cambio da me.
Le tigri dormono, sembra abbiano fatto pace. O forse si sono solo rassegnate.